Tutti giustizialisti (con il culo degli altri). Storie di ordinari opportunismi

16 Ott

In Italia la politica, si sa, giustizia i nemici ma è ipergarantista con gli amici. E così come in una pazza altalena, in una ginnastica di furbe contorsioni, fra capriole tonanti e silenzi di sasso, il giustizialismo si commuta in garantismo, il garantismo in giustizialismo, e senza mai perdere, come si dice, né il pelo né il vizio. Ed è infatti davvero difficile, in queste ore in cui la regione Lombardia è oggetto d’indagine giudiziaria, non segnalare come intrigante il garantismo da partigiano di Matteo Salvini, cui si contrappone il giustizialismo militante del Pd, del suo capogruppo alla Camera Ettore Rosato, dei suoi dirigenti lombardi Alessandro Alfieri e Umberto Ambrosoli, persino del candidato sindaco di Milano, Emanuele Fiano, un intreccio intrigante e rivelatore proprio perché le motivazioni di ciascuno, oggi garantista ieri giustizialista, ieri giustizialista oggi garantista, sono, appunto, e come sempre, partigiane, militanti, interessate, effetto d’una sovreccitazione, d’un’instabilità dell’umore, d’un bronzeo opportunismo.

“Hanno indagato un nostro assessore perché si è permesso di ascoltare le proteste di un’associazione di volontariato”, ha detto Salvini. “Martedì c’è stata una giornata di sputtanamento mediatico sulla migliore sanità europea e sulla Lega”, ha aggiunto. “Il nostro Garavaglia è innocente”, “innocentissimo”, ha giurato. E infatti Salvini parla addirittura di “un attacco politico magari per nascondere i problemi del Pd e delle cene di Marino e di Renzi”, di un’accusa “senza reati”, “inconsistente”, “solo sputtanante”, “interessata”, basata più su una “volontà persecutoria” che su delle prove. E insomma d’improvviso Salvini ha recuperato la memoria sepolta del 1993, dei linciaggi in tivù, dei cappi sventolati in Aula, delle transenne mobili davanti Montecitorio, dell’accalcarsi di una folla rabbiosa tra vigliaccherie e fischiar di monetine. Dunque ha evocato il “complotto”, la “trama politica” come inquietante rovescio del ricamo giudiziario, e si è abbandonato a violenti sfoghi contro la giustizia a orologeria. E c’è da chiedersi se lui sia lo stesso Salvini che a dicembre, dopo lo scandalo Mose, voleva subito in galera tutto “il Pd corrotto”, lo stesso Salvini che a proposito di Vincenzo De Luca diceva che “solo in Italia i condannati possono governare le regioni”, lo stesso Salvini che a settembre polemizzava con il Papa, contro l’amnistia, perché “l’Italia ha bisogno della certezza della pena”, “chi sbaglia paga”, e “se i magistrati ti condannano devi solo andare in galera”, lo stesso Salvini che appena cominciò l’indagine sul Cara di Mineo, che aveva coinvolto il sottosegretario Castiglione, chiese “l’immediata chiusura” del centro di raccolta immigrati, e puntò il dito sul partito dei “corrotti” di governo. E insomma indiziario contro i nemici, e rigorista in favore degli amici.

 

E sempre il garantismo, in Italia, si perde nel risentimento, in un paese in cui persino i progetti di legge rivelano ripicche e interessi di parte, e le forche sono sempre buone purché siano gli altri ad essere impiccati. Dunque il Pd, che aveva difeso Castiglione da Salvini, che aveva accettato la candidatura dell’incandidabile De Luca in Campania, che aveva respinto l’attacco contro Ignazio Marino mentre alcuni consiglieri comunali, e un assessore del Pd, venivano arrestati dalla procura di Roma, quello stesso partito, insomma, e quelle stesse persone, adesso chiedono le dimissioni di Maroni dalla presidenza della Lombardia, con un vertiginoso capovolgimento di ruoli. Diceva per esempio Ettore Rosato, il capogruppo renziano del Pd alla Camera, a proposito di De Luca e della sua lista elettorale definita “impresentabile” da Rosy Bindi: “De Luca ha ragione. E deve guardare avanti”. E Maroni, invece? “Si deve dimettere”.

 

E dunque si è sempre giustizialisti con il culo degli altri, e garantisti con il proprio, col risultato d’aver ridotto la faticosa disciplina del garantismo – che va applicato contro le proprie convinzioni e persino contro i propri gusti più radicati, e insomma contro vento e talvolta anche contro evidenza – a un volgare doppiopesismo. E’ forse anche per questo che in Italia risulta difficile esprimere dubbi sui grandi processi indiziari, quelli alla politica corrotta come nei misteriosi casi di cronaca nera, gli omicidi che ingarbugliano l’anima, il caso Meredith e il delitto di Cogne, il processo Mori e la Trattativa, perché, soffocato il garantismo per eccesso di pelosità politica, c’è sempre qualche forsennato di successo che ti accusa di voler isolare i giudici, di difendere una parte, o di essere moralmente complice di chissaché. Un capolavoro