Quirinale aziendale “Ci vuole un presidente perbene e sbiadito”, dice Confalonieri

14 Gen

Pubblicato sul Foglio.

“Meglio un politico che un tecnico, i tecnici come Monti facciano i consulenti”, e dunque ha ragione Matteo Renzi che cerca un uomo dei partiti, “alla fine anche quella è vita pratica”. Ma se proprio dev’essere del Pd, come pare voglia il presidente del Consiglio, allora che almeno questo nuovo presidente della Repubblica non abbia “il timbro del comunista”, ché di comunisti “ce n’è già stato uno al Quirinale in questi anni e direi che c’è bastato e avanzato”. E dunque niente gatto Veltroni e niente volpe D’Alema (“eh, D’Alema…”, quanti ricordi). Nemmeno Bersani? “A me non dispiace, ma spesso prende delle sbandate, come gli è successo con Grillo”. E che dire di Romano Prodi, l’arcinemico, tornato come per contrappasso dal pleistocene a sigillare la sconfitta storica del Cavaliere? “Per carità, ci vuole una persona perbene e un po’ sbiadita”, malgrado anche con gli sbiaditi non si sa mai, nemmeno loro sono infatti perfetti, “cominci con uno che credi un minore, uno sbiadito appunto, e invece alla fine ti ritrovi un Sandro Pertini in mezzo alle scatole”.

Al Quirinale, si sa, tra gli arazzi e i velluti, “si può andare facilmente via di testa”, il potere è talvolta licenza di narcisismo. “Ma l’ideale è quello: l’aurea mediocritas, come diceva Orazio”. E insomma Fedele Confalonieri esprime le occhiute cautele della vita, sa che in Italia l’elezione del presidente della Repubblica è opera buffa e scherzevole con un risvolto di tenebra, un labirinto cosparso di specchi deformanti e trabocchetti nei quali si rischia di cadere a ogni passo. Eppure in questo sentiero oscurato, il presidente di Mediaset, l’amico fraterno di Berlusconi, una strada la vede e un profilo nell’aria lo disegna: con tutto il rispetto per chi ci andrà, senza voler offendere nessuno, anzi, è bene chiarire subito che al Quirinale non va eletto alcun candidato o autocandidato che conta, ma un marginale che non faccia più progetti, “un brav’uomo”, ma un po’ in ombra, uno che “faccia il suo”, in pratica quasi niente, “diciamo zero”.

E dunque con Confalonieri si insiste: in Parlamento c’è il buon uomo Bersani, gli si dice, un po’ sconfitto e un po’ in ombra, perbene e marginale, uomo politico e del Pd, come piace pure a Renzi, il che in tempi di patto del Nazareno ovviamente non guasta. E allora lui sorride, “Bersani è simpatico”, ammette Confalonieri, “anche se a me piacciono come modelli Einaudi, Leone e il primo Cossiga”. Ma poiché le cose della politica, e l’elezione del presidente della Repubblica in particolare, non sono mai un cerchio, cioè non sono mai “un destino logico e perfetto”, ma più spesso una linea dai tratti irregolari, che si perde nello spazio, “o ancora un punto interrogativo”, allora Confalonieri fa anche capire che malgrado “il timbro comunista”, cioè il marchio che tanti lutti addusse ai berlusconidi, malgrado tutto, il vecchio Bersani “è forse in realtà il meno comunista tra i comunisti”, il meno rosso tra i rossi, il più umano tra i mostri. E insomma Bersani ha forse il difetto “di non tener talvolta la barra dritta”, “si fece umiliare da Grillo per eccesso d’umana fantasia”, ma certo non è Prodi e non è D’Alema, non brama e non trama, non aspira e non traffica, è anzi uomo che può scambiare se stesso per un “significato”, per un inno, per un insieme di “valori”, non ha il gusto per i drammi e le nevrosi di sistema, non soffre d’una passione incontenibile per i condizionamenti, può insomma confondere la sua vita con la densità e lo spessore del protocollo, in definitiva farsi, “solo tra i comunisti”, un buon presidente della Repubblica. “Ma chissà. Quello del Quirinale è un gioco crudele e imprevedibile. Ci vuole un brav’uomo, un politico, anche del Pd, ma che sia umile, con i piedi per terra. Vedremo”, dice Confalonieri. Manca poco. Giorgio Napolitano si dimette oggi. E si ricomincia.

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