L’ultimo dei dalemiani ci spiega perché Renzi oggi è il vero erede di D’Alema

22 Mar

Dice: “Sono dalemiano, dunque mi sta simpatico Renzi”. Come, prego? “Renzi è riformista e modernizzatore, come lo era D’Alema quando faceva ancora D’Alema. Guardi che si assomigliano… Persino caratterialmente, un po’”. E certo nelle parole di questo cinquantenne che sino a pochi mesi fa è stato il capo della fondazione dalemiana ItalianiEuropei (“nel 1997 il mio amico Gianni Cuperlo mi telefonò e immaginammo un think tank all’americana”) scoppietta il paradosso. “Ma nemmeno tanto”, dice allora Andrea Peruzy, oggi amministratore delegato dell’Acquirente Unico Spa, società controllata dal Tesoro che si occupa del cosiddetto servizio di “maggior tutela”, in pratica della fornitura di energia elettrica a famiglie e piccole imprese (lei è stato nominato dal ministro Pier Carlo Padoan? “Sì”). “D’Alema è quello della Bicamerale”, dice. “Anche D’Alema ha cercato tutta la vita il dialogo, l’accordo con la destra. Ed è stato il primo leader, dopo Craxi, a cercare di riformare il campo della sinistra italiana. Fu D’Alema, nel 1997, a ingaggiare una lotta furibonda con la Cgil e con Cofferati, quando Cofferati e la Cgil erano fortissimi, non come oggi. Renzi adesso fa la stessa cosa”. Eppure il vecchio D’Alema oggi inanella discorsi dall’aria drammatica e vagabonda che esplodono in determinatissimi propositi di guerra: si fa intervistare da Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera, e pronuncia la parola “scissione”, inoltre, quando può, ogni volta che può, agli amici confessa: “Io quello lo sfascio”. E insomma, se gli si dicesse che Renzi è in realtà, in qualche modo, figlio suo, a D’Alema si drizzerebbero i baffi: va bene che da un genio spesso nasce un figlio diverso, o perverso, ma Renzi continuatore di D’Alema è un po’ troppo. “Le racconto una storia interessante”, sorride allora Peruzy. “Anni fa fui io a iscrivere ItalianiEuropei alla Feps, la fondazione del Pse, il partito socialista europeo. E fui io a condurre l’operazione che poi portò Massimo, per i suoi indiscutibili meriti, a diventare il presidente della Feps, carica che ancora detiene. Ecco, mi ricordo che in quegli anni c’era un dibattito da scarnificarsi dentro il Pd sull’opportunità o meno di iscriversi al Pse. C’era chi diceva di ‘sì’ come D’Alema, c’era chi era contrario, e chi era incerto… Una cosa da latte alle ginocchia, che si concluse con una ‘non scelta’, cioè l’iscrizione del Pd all’Alde. Ecco. Poco tempo fa, in cinque minuti, Renzi ha risolto la questione. Ha detto: ‘La collocazione del Pd? Nel Pse, ovvio!’”. Lei vuol dire che Renzi in realtà è dalemiano? “E’ un paradosso, ma qualcosa c’è. E quella cosa si chiama riformismo. Il cosiddetto partito della nazione oggi è nei fatti: c’è la dissoluzione della destra, nasce un’area lepenista, si condensa forse un’area più di sinistra (se riescono), e poi c’è un grande centro”. Beh, allora forse ha ragione D’Alema che lo considera un killer, un usurpatore, uno che sta infilato nella segreteria del Pd come nel pastrano di un altro. “E invece no. Questa analisi sott’intende un difetto ottico dovuto a un malumore. Renzi non è un pericoloso conservatore, è la vecchia sinistra a essere conservatrice. Ed è D’Alema, credo per ragioni di risentimento personale, a tradire sé stesso. Molti, tra quanti militarono nel Pci, sono con Renzi: De Vincenti, Padoan, anche Anna Finocchiaro”. Okay. Ma ecco una parola interessante: tradimento. Lei sta tradendo D’Alema? “Continuo a essere dalemiano, nonostante D’Alema”. Sembra un sofisma. “Di Massimo non sono mai stato allievo né consigliere”. Lui intanto parla maluccio di Rondolino, Velardi, Orfini… “Io non rinnego D’Alema. Continuo a pensare che lui abbia una marcia in più, che sia dotato d’una affascinante capacità nella costruzione del ragionamento politico. Ma è naturale che le leadership si consumino, ed è naturale che qualcuno sopravanzi. Questo va accettato. C’è chi vince e c’è chi perde, Renzi ha vinto e D’Alema ha perso. Accade. Ora basta. Saper uscire di scena è una qualità”. E questa qualità gli manca, diciamo. “Massimo non riesce a darsi pace. Neanche il vino che produce, che è buono, lo soddisfa. Ma così si spelacchia. E se vuole fare una scissione a sinistra, la deve fare. La faccia, accidenti. Ma minacciare continuamente, e poi scomparire, a che serve? Bersani non fa come lui”. E come fa? “Ci sono uomini che subiscono le sconfitte, le crudeltà della politica, fino a soffrirne fisicamente, com’è accaduto a Bersani, che è stato male e si è poi per fortuna ripreso. E ci sono poi uomini fatti tutti di un’altra pasta, che invece tramutano il dispiacere in rancore”. Renzi non riconosce il patrimonio di leadership e di nomi che hanno composto la sinistra prima di lui: D’Alema, Prodi, Letta, persino Veltroni. Dunque è comprensibile che D’Alema, lui che è stato tutto, segretario, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, si senta dileggiato, misconosciuto nel sottoscala del Pd, scaricato tra i libri vecchi e i busti di Lenin, maneggiato come uno scarto, un rifiuto solido urbano. “Renzi non riconosce nulla né a lui né a Prodi né agli altri. Ed è vero. Ma questo atteggiamento rancoroso che tutti loro hanno messo su con Renzi non li aiuta, anzi li espone, contribuisce a rovinare le loro figure pubbliche”. Ecco, mi dica, allora: esiste la riconoscenza? “No, in politica non esiste. La successione di classi dirigenti non può che essere cruenta. D’Alema come divenne D’Alema, dopo la stagione di Occhetto?”.