Il Cav. prigioniero libero prepara la campagna da urlatore imbavagliato

16 Apr

Sarà quasi libero, ma dovrà adoperare pazienza, ossia far forza al suo temperamento, dunque niente accenni all’uso politico della giustizia e niente “magistrati golpisti”, mai più “toghe rosse” e “giudici pazzi”, almeno per un anno. Si abbracciano gli uomini di Forza Italia, e si baciano, Mario Mantovani spiega che “adesso Berlusconi potrà fare campagna elettorale”, e insomma la felicità cresce come quelle piante che i fachiri fanno spuntare solo guardandole. Ma, assieme alla felicità, germoglia anche un dubbio: ce la farà Silvio Berlusconi a non attaccare i magistrati? Quando gliel’hanno chiesto, ieri pomeriggio a Palazzo Grazioli, lui, con lampo ironico, dandosi l’aria di tenersi subordinato, a un certo punto ha fissato quel suo sguardo mobilissimo sul corpo donchisciottesco di Niccolò Ghedini: “Non potrò dire quello che penso?”, ha sorriso. “Bene, vuol dire che alluderò”. E dunque il Cavaliere si sente provvisoriamente tornato alla superficie delle cose, a respirare un senso ilare, nuovo, di questa situazione sospesa sì, ma anche aperta, con una condanna sulle spalle ma con una pena accettabile – “equilibrata e soddisfacente”, dicono i suoi avvocati contenti dell’affidamento ai servizi sociali – e con un presidente del Consiglio, il giovane Matteo Renzi, che lo riceve e lo legittima con ambigua e filiale sapienza.

Berlusconi frequenterà un ospizio alle porte di Milano, la fondazione Sacra famiglia di Cesano Boscone, un giorno alla settimana per quattro ore, e per il resto sarà libero di condurre la campagna elettorale per le europee, potrà frequentare Roma e i palazzi del potere dal martedì al giovedì. Come dice esultando anche la Pitonessa Santanchè: “Silvio ha otto palle. E d’acciaio”. Eppure Ghedini e Franco Coppi, i legali, gli hanno spiegato che dovrà trattenersi, evitare di mordere con denti canini il nome dei magistrati, perché i servizi sociali sono una gran fortuna, ma sono anche revocabili, e i giudici di Milano lo hanno pure messo per iscritto che certe “recenti esternazioni pubbliche fatte dal condannato nei confronti della magistratura sono offensive e manifestano spregio”. Così adesso il Cavaliere dovrà mostrarsi accorto, addirittura sottile. E insomma dovrà tacere e se necessario mordersi la lingua, come ha insistito (molto) il professor Coppi, il grande avvocato che ha imparato a conoscere le ammalianti follie di questo suo specialissimo cliente, e sa bene quanto sia vero che a Berlusconi non si addice quella che i critici e gli storici del Novecento chiamano la letteratura del silenzio.

Ma il Cavaliere pare abbia capito, e dicono si sia rivolto così, ieri pomeriggio, ai cortigiani, capigruppo e coordinatori, venuti al suo cospetto per completare le liste elettorali: “Starò zitto, se necessario. Non certo per mancanza di coraggio o resa verso le intimidazioni. Ma per il dovere sommo, e direi quasi disperato, della prudenza”. E così nel suo partito, nella sua strana, agitata Forza Italia, adesso si preparano senza crederci troppo all’inedito e allusivo silenzio del Sovrano, ai suoi muti sottintesi sulla giustizia, alla sua prima campagna elettorale da prigioniero libero, pronti al ruolo di coristi a bocca chiusa. Ma ecco che il silenzio già s’infrange. “Berlusconi può affrontare la campagna elettorale”, dice Mariastella Gelmini. “Ma la decisione del tribunale non cancella la ferita inferta al presidente Berlusconi, alla democrazia italiana e ai milioni di elettori che in lui si riconoscono da vent’anni”. E insomma il sentimento più profondo, alla fine, si svela, con un impeto di timida ribellione. “La ferita dell’attacco giudiziario rimane apertissima”, dice Raffaele Fitto. Per mesi Forza Italia ha aspettato la decisione del Tribunale di sorveglianza. Il partito aspettava, e intanto mostrave le piaghe, ringhiava ai giornali, tra sé e sé, alle canaglie che trovava sul suo cammino. E per mesi l’ostentazione del patimento ha avuto un duplice scopo. Il primo era sfamare i rancori. Il secondo era più complesso: l’aggressione a Berlusconi creava uno schermo protettivo attorno al presidente e padrone, lo schermo della solidarietà. Adesso viene forse il momento del silenzio. “Ma un silenzio parlante”, ironizza, o preconizza, Gianfranco Rotondi, perché Berlusconi sa essere cinico ma non è mai davvero prudente. “Continuerò a combattere la mia battaglia di libertà finché Dio me ne darà la forza”, ha promesso lontano dalle orecchie del professor Coppi. Già nel Trecento l’abate Dinouart aveva scritto un trattatello intitolato “L’arte di tacere”. Scriveva l’abate: “La gioia, l’amore e la collera provocano una maggiore impressione quando sono accompagnati dal silenzio”.