Le doppie verità del Cav. sul Quirinale. Cronaca di una contorsione strategica

31 Gen

Pubblicato sul Foglio.

 

Roma. Giovedì, a tarda sera, in viaggio verso Milano, Silvio Berlusconi si confida con Fedele Confalonieri, e nelle parole del Cavaliere si specchiano gradatamente l’offesa, un’angosciata protesta, l’impeto di una ribellione: Renzi mi ha imbrogliato, così io Mattarella non lo voto. Ma ieri mattina, nelle prime telefonate da Arcore verso Roma, gli ufficiali di collegamento, e anche i gran dignitari come Gianni Letta, si sono sentiti versare nelle orecchie parole di melassa dal Cavaliere, “ma in fondo si potrebbe anche accettarlo in qualche modo questo Mattarella”. E c’è dunque un conflitto in Berlusconi, quel conflitto inventato da Pirandello, dalla cui bocca uscivano, scandite una dopo l’altra, le doppie verità. Lì si trattava di giocosa commedia, qui di tormentato amletismo, e forse anche di cinismo ludico. Chissà. Perché Renzi sarà anche autoritario, prepotente e muscoloflettente, come a Berlusconi suggeriscono Confalonieri e Niccolò Ghedini, ma Berlusconi è avvolto da un presentimento che talvolta lo isola, lasciandolo ottuso alle voci che lo circondano. Un presentimento che lo fa tentennare. E il pensiero che per un’intera giornata, ieri, gli è pulsato alle tempie, insistente e netto, raccontano i suoi collaboratori, è che se alla fine Mattarella dovesse diventare presidente della Repubblica nel mutismo scontroso di Forza Italia, lui si troverebbe installato al Quirinale un capo dello stato cui ha dimostrato preventiva ostilità. E la cosa, ovviamente, non conviene. Dunque meglio la scheda bianca, e poi chissà, c’è sempre tempo, all’ultimo secondo, per la grazia acrobatica d’una capriola. Oplà. “Votiamo per Mattarella”.

Così Forza Italia, ieri, per tutta la giornata, era un formicolante palcoscenico: Giovanni Toti telefonava riservatamente a Emma Bonino per verificare se fosse disposta ad accettare una candidatura al Quirinale, e ciascun uomo del partito si muoveva come in un balletto, con i suoi passi classici e consumati: passo della seduzione (Verdini con Lotti) e valzer della rottura: “Renzi vuole Mattarella? Bene, e noi allora votiamo Prodi”, diceva Osvaldo Napoli. E insomma, mentre Renato Brunetta si scatenava contro Mattarella e contro Renzi, e proclamava l’Aventino prima d’annunciare il contrordine compagni (“voteremo scheda bianca”), mentre Toti ripeteva “che Mattarella non lo accetteremo mai”, Gasparri dichiarava per primo il suo mezzo sì, la sua scheda bianca, e Letta tesseva una fitta trama diplomatica assieme ad Alfano addirittura per far votare Forza Italia a favore di Mattarella. E così, per ore, i cronisti impegnati a raccogliere informazioni si sono trovati in difficoltà non per mancanza, ma per eccesso di notizie, di cui ognuno dava la sua definitiva, assoluta interpretazione: Aventino, scheda bianca, lo votiamo sicuro, non lo voteremo mai, sì, no, forse. La via più corta tra due punti, nel cosmo berlusconiano, talvolta è un nodo sabaudo. “Il nostro tempo ci obbliga a inventare ogni giorno il pezzo di terra su cui teniamo i piedi”, pare abbia detto Valentino Valentini, uno degli uomini più riservati del Castello di Arcore.

Pur ingoiando a fatica le anomalie dei tempi e le imposizioni della politica, Berlusconi sa peró accettarle, magari a fatica o simulando, con spirito ribaldo. Le sue improvvise meraviglie e melanconie gli hanno fatto attorno al capo un’aureola d’accattivante follia. Dunque ancora nulla è escluso, nemmeno che Forza Italia alla fine voti a favore di Mattarella come vorrebbero Letta e Raffaele Fitto, il ras delle Puglie che oggi comunque farà convergere qualche voto sul candidato al Quirinale. Il rancore ha la sua perversa sensualità, ma “se l’elezione di Mattarella è inevitabile e certa, come in effetti è inevitabile e certa, allora per Berlusconi non ha molto senso tenersi fuori per puntiglio”, dice Ferdinando Adornato, che il Cavaliere lo conosce bene, da un quarto di secolo. Berlusconi ha un cervello pieno di lampadine rosse, verdi e gialle, che si accendono e si spengono come un semaforo ma che alla fine lasciano uscire dalla bocca la parola giusta, il monosillabo, il sì o il no. Deciderà all’ultimo momento utile,  suonando il suo partito come la lunga tastiera di un pianoforte mal accordato, come quando in un funambolico susseguirsi di capovolte, a ottobre del 2013, in Senato, finì col votare la fiducia al governo di Enrico Letta, e l’allora presidente del Consiglio, Letta, stupefatto da tanta grazia acrobatica, mentre osservava Berlusconi smentire quello che egli stesso aveva dichiarato appena due minuti prima, si fece sfuggire in diretta televisiva un commento ammirato: “Grande”.

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