Com’è che adesso pure i giornaloni picchiano contro le larghe intese. Alesina&Giavazzi ruvidi contro la politica “che non sa fare”. Il Pd a guida Rep. alle prese col “corruttore”

25 Ott

Sfogliati i giornaloni, ieri Enrico Letta deve aver messo su uno sguardo perplesso, chissà, forse un piccolo sorriso privato, come quello regalato – e accompagnato con slancio ironico dall’esclamazione: “Grande!” – al Cavalier Silvio Berlusconi nel giorno della sua capriola di bronzo sul voto di fiducia in Senato. Il Corriere della Sera, quotidiano a lungo carezzevole con le larghe intese, voce pastosa del cosiddetto establishment, salotto milanese e tanta assennatezza, ieri scaricava, spiccio, la grande coalizione con i professori Alesina e Giavazzi. “Lasciate spazio a chi sa fare”, editoriale di prima pagina. Titolo palindromo, certo, ambiguo, non si sa bene se riferito al capitalismo straccione o ai governanti impaludati. Ma forse a entrambi. Il finale di Alesina&Giavazzi aveva infatti il suono sordo e contundente d’una stroncatura per Letta, Angelino Alfano, il loro ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, e tutto il cucuzzaro della grande coalizione, liquidata all’incirca nei termini d’una inservibile melassa. “Quando vediamo un governo che discute per mesi su come cambiare il nome di un’imposta (l’Imu)”, scrivono gli editorialisti-professori, “significa che questa classe politica ha perduto la percezione di quanto grave sia la situazione, e non ha una visione su come invertire la rotta”. Boom.
E Repubblica? E Repubblica, che aveva sospeso le martellate sul governo appena il Cavaliere s’era messo in testa di mandare lui a gambe per aria le larghe intese? Dopo alcune settimane di benignità incitata dal calcolo – anche Matteo Renzi s’era scoperto lettiano – ecco il giornale del centrosinistra, banditore unico del pensiero morale, che torna esigente in prima pagina: Massimo Giannini, vicedirettore scrivente, con un’analisi dal titolo “un corruttore come alleato”. Svolgimento: “C’è da chiedersi se non tocchi alla sinistra riformista il dovere di rompere l’alleanza innaturale con l’uomo che ha ucciso il governo Prodi comprando quattro traditori per trenta denari”. Ri-boom. Quanto alle inclinazioni personali di Carlo De Benedetti, editore e padrone del gruppo Espresso, ci fossero stati dubbi, quelle le ha rese note ieri il Fatto quotidiano.
Ecco dunque cosa pensa CDB dell’Italia ai tempi delle larghe intese: “La P2 è ancora al potere”, nientemeno, dice. “Viviamo nella normalità piduista rappresentata dalle dichiarazioni di due piduisti al potere, Silvio Berlusconi e Fabrizio Cicchitto, che infatti dicono che nulla è cambiato”. Nulla è cambiato, e le larghe intese piduiste a Cdb non piacciono, così anche Giannini, su Repubblica, scrive che sarebbe meglio farla finita coraggiosamente da sinistra (per la precisione l’aggettivo usato, accanto al sostantivo sinistra, è “riformista”) “piuttosto che concedere ancora una volta a una destra irresponsabile il diritto di far saltare il tavolo”.

Scalfari presidia il napolitanismo
E insomma, termometri dei variabili umori dei loro editori e proprietari, il Corriere e la Repubblica forse inquietano il presidente del Consiglio, uomo dal carattere imperturbabile e dai modi felpati, si sa, ma pur sempre uomo politico, dunque attento, fino alla pignoleria, alle oscillazioni del cosiddetto potere economico, finanziario, giornalistico e salottiero. Ecco, ma se Repubblica vive una condizione a tratti schizofrenica – non vuole rompere con Napolitano, architrave del governo, e a Largo Fochetti ha pur sempre una stanza Eugenio Scalfari che di Napolitano è amico –  e dunque se Repubblica vagola cercando una tortuosa via republicona alle larghe intese (ma a loro le larghe intese vanno bene solo quando sono un cappio che si stringe attorno al collo del Cavaliere), la bocciatura corrierista precipita invece un po’ inattesa su Palazzo Chigi. Ed è un gioco d’ubriacanti intrecci.
Chi sono i giaguari e gli amici dei giaguari? Il Corriere, che fu soprattutto di Giovanni Bazoli, oggi è controllato al 20 per cento dalla Fiat di Marchionne e John Elkann, un’azienda che non fa più blocco di potere – almeno non come un tempo – intorno al cosiddetto establishment: è fuori da Confindustria, non appartiene a quella società concertativa allestita dagli imprenditori alla Emma Marcegaglia, dalle banche asfittiche e in ritirata, dall’acquitrino dei sindacati benecomunisti. E insomma è comprensibile se in prima pagina Alesina&Giavazzi possano finire con l’alludere, qui e là, all’idea che sia meglio la crisi anziché il pericoloso ripetersi dell’identico e dell’inutile ogni giorno come dentro a uno specchio. “Sono possibili cambiamenti tanto radicali?”, si chiedono i due professori, “noi pensiamo di sì… Ma per fare tutto ciò serve un grande sforzo che cominci dalla classe dirigente italiana… Bisogna abbandonare il buonismo”. Ed Enrico Letta, il buono, adesso forse si sente un po’ solo.