Com’è che il Cav. e Renzi cancellarono il codice del pastone

5 Nov

Pubblicato sul Foglio. In origine fu Piazzesi, presto elevatosi al rango di editorialista perché era troppo vivace, ci fu poi Fausto De Luca a Repubblica, con Giorgio Rossi, e dunque Luca Giurato alla Stampa, Antonio Padellaro per il Corriere della Sera, “il notista politico arrivava a Montecitorio alle quattro del pomeriggio, guardava le agenzie, e incollava un centone in cui finivano tutte le cose che non erano meritevoli di un articolo”, ricorda Giorgio Frasca Polara, grande vecchio del giornalismo politico italiano, notista dell’Unità (quella vera), portavoce storico di Nilde Iotti: “Quel tipo di pezzo si chiamava ‘pastone’ ed era noiosissimo”. E spesso il pastone cominciava così, citando qualche oscuro deputato: “Dal canto suo, l’onorevole Scovacricchi…”. E insomma maschere che si allontanavano, si avvicinavano, piroettavano, si confondevano e disperdevano nel vasto salone della politica. Quello descritto dal notista era un mondo dissipato eppure regolato, insondabile eppure esplicito, ingessato eppure mobilissimo, inutile ma anche necessario, fatto di gesti vaghi, carriere vaghe, incarichi vaghi e paralleli: un cosmo la cui interpretazione divinatoria, con i suoi riti e la sua iconografia, con tutta la congerie di piccoli avvenimenti grotteschi e drammatici, con il ribollire di passioni e di vanità dentro le fessure del Palazzo, era affidata a lui. Cioè al gran sacerdote, al notista politico, appunto, al giornalista padrone del codice in un mondo ancora regolato dai codici, un universo ordinato da precisi canoni estetici e sintattici, usanze e rituali, il mondo senza Tuìtter, ignaro del mito della disintermediazione. “E’ tutto cambiato, prima con Berlusconi e poi con Renzi. I partiti sono liquidi, gli schemi saltati, la politica è personale, è tutto carisma, forse non c’è nemmeno più la politica e in Parlamento non succede nulla”, dice Frasca Polara. E ricorda: “Fino alla metà degli anni Settanta i pastonisti scrivevano tutti nello stesso modo, con la stessa cantilena. E scrivevano persino le stesse cose, perché i pezzi glieli dettava la Velina di Vittorio Orefice, la voce del potere, delle segrete stanze democristiane”. E insomma Frasca Polara, che pure ritiene “indispensabile la nota, almeno quella moderna, come la fa Stefano Folli, perché rimette la politica dove la politica non c’è più”, descrive anche il mondo paludato e sfinito dei professionisti delle contorsioni parlamentari e congressuali, i giornalisti che interpretano le orbite degli astri, le tante eclissi, curve, tangenti, spinte e controspinte gravitazionali nei sempre decisivi congressi, nei risolutivi pre congressi, nei fatali post congressi. “Un’italia pre televisiva, pre berlusconiana, ancora in bianco e nero, con il Carosello al posto delle televendite Fininvest”, un mondo di ombre e scelleratezze, delicatezze pubbliche e violenze private, tutto un ribollire di pedine di partito e di corrente, di “verifiche”, “crisi”, voti di “fiducia”, che sono non a caso le parole morte della politica, come “rimpasto”, tutte espressioni che si riaffacciano ancora oggi – l’ultima volta con Enrico Letta – ma solo quando la politica boccheggia, quando è in difficoltà, quando annaspa e deve rifugiarsi debolmente nel passato, a quegli antichi canoni che rimandano al precario e vischioso equilibrio tra crisi e continuità, al parlamentarismo esasperato e accanitamente dilatorio, al desiderio d’un voluttuoso immobilismo da compromesso storico, e insomma all’Italia della Diccì, al paese di Moro e di Berlinguer, del Caf e dei governi del centrosinistra, all’Italia della politica impersonale cancellata da Berlusconi e da Renzi, quella dei mandarini meridionali e della clientela, il dominio dell’orientale Andreotti. Un universo detestato eppure rimpianto, quel cosmo d’ordinate e oneste sciocchezze sempre raccontate, nella nota politica, col tono che si dedica ai fatti serissimi. “Tra l’avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e il muovercisi dentro perfettamente a proprio agio esiste la stessa differenza che passa tra l’avere il senso del comico e essere ridicoli”, diceva Giorgio Gaber.

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