Bullo contro bullo. Salvini e Renzi, i due Matteo di rutto e di governo

4 Mar

Pubblicato sul Foglio.

 

E certo, mai Renzi direbbe che i disperati sui barconi sono da lasciar affogare nel Mediterraneo, come fa lui. E mai Renzi userebbe il turpiloquio, cioè l’anticamera della violenza, la più miserabile delle scorciatoie del pensiero, per liquidare i suoi avversari politici a colpi di corale “vaffanculo”, né tantomeno direbbe “vai a fare il rom da un’altra parte” o avallerebbe l’idea bislacca che “i nègher portano l’Ebola”, fino alla proposta paradostica di riservare ai milanesi i sedili nelle linee del tram.

Eppure Matteo Salvini, dopo aver a lungo imitato Bossi, ma come quelle scimmiette che nel circo imitano il loro addestratore, tra corna celtiche, ampolle e canti da birreria, adesso ha iniziato allo stesso modo a imitare Renzi, fino a modellare la sua azione politica nel centrodestra spappolato e infiacchito su quella del rottamatore, cioè colui il quale ha seppellito e conquistato la sinistra spappolata e infiacchita. E come Renzi ha demolito la vecchia nomenclatura del Pd, la classe eterna, così anche il Matteo del nord, l’altro Matteo, vuole accompagnare all’ospizio il centrodestra che fu, e soprattutto, pare, vuole sospingere  verso l’uscio (“Fuori!”, era il titolo d’un libro di Renzi) l’ammaccato Silvio Berlusconi, e con lui tutto ciò che resta del napoleonico e vetusto 1994. Dunque, come l’originale si faceva aggressivo e protervo con i vari Bersani, con le Bindi, con le Finocchiaro e con i D’Alema, “per loro è l’ultimo treno, l’ultima chiamata”, diceva Renzi, anche Salvini scopre il gusto maramaldo e crudele della rottamazione: “Berlusconi è politicamente morto”. E come l’originale s’inventava una sinistra capace di parlare anche alla destra, “perché vi do una notizia: alle ultime elezioni abbiamo perso”, anche l’imitatore adesso trova il tono largo e tenorile di chi vuole aprire la finestra, allargarsi, far saltare gli schemi, cambiare l’aria, malgrado sia circondato da forconi, croci celtiche e saluti romani: “Cambiare si può”, dice. “Se lo facciamo tutti insieme prendiamo il 51 per cento”, addirittura.

E insomma nel nome “Matteo”, Salvini sembra aver finalmente scoperto il proprio destino e pare volersi fare gemello d’Italia del presidente – Matteo – del Consiglio. E infatti come Renzi recuperò dalla sinistra Marianna Madia e Alessandra Moretti, ora Salvini si accompagna a Giorgia Meloni, lei che fu per Gianfranco Fini ciò che la Madia fu per Walter Veltroni e che la Moretti fu per Pier Luigi Bersani, cioè, come dice adesso Fini, “una che ha sempre avuto la vocazione della mascotte”. Quello aveva Enrico Letta con cui duellare, lui ha Flavio Tosi. L’originale è l’unica alternativa a se stesso nella sinistra, l’altro ha capito d’essere l’unica alternativa a se stesso nella destra. E Salvini, per Renzi, è davvero qualcosa di meno e di più d’un alter ego: una specie d’infedelissimo doppio. Perché, se per un verso Salvini ricalca certi scoppi spavaldi e improvvise galoppate semantiche del rottamatore, non c’è per il resto società che strida più della loro, fra lui, il Renzi ribaldo ma sempre nelle righe, e l’altro, ligio al vizio inebriante della sparata fuori codice, della balbuzie eversiva. Eppure Salvini si muove pure lui con fare bullesco nel nulla che lo circonda, “Alfano? Sparirà a breve”, come Renzi canzona il riflesso laburista del Pd: “Fassina, chi?”. E se la Stampa l’anno scorso aveva calcolato che in soli quindici giorni Renzi era apparso in televisione, servizi dei telegiornali compresi, per 292 minuti e 30 secondi al giorno, cioè per 4 ore e 52 minuti, Salvini e la sua felpa non sono da meno: da un anno a questa parte non si perdono un solo talk-show, e dalla mattina fino alla seconda serata gli spettatori possono gustare l’ardire ebbro e suicida d’uno che invoca la fuoriuscita dell’Italia dall’euro. Ed è insomma così che il nulla italiano ha prodotto il mostro rottamatore, e pure l’imitatore del mostro rottamatore. Matteo e contro Matteo. L’uno per adesso governa, l’altro per ora fa ruttini.

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