L’affaire Casaleggio. Quali segreti nasconde il sancta sanctorum della “Associati”. Con quali uomini e quali mezzi governa il movimento di Grillo. Il super potere di una nomenklatura

20 Feb

Via Gerolamo Morone è quella strada linda ed elegante del quadrilatero della moda milanese che porta a Casa Manzoni, un po’ Brera e un po’ via Montenapoleone, in tre minuti si arriva a piedi in Via filodrammatici, quindi alla Scala, poi un altro passo ed ecco la Madonnina. E’ una Milano che abita, nascosta, in palazzi antichi con atrio spazioso e bel cortile insospettabile. L’affitto medio di un ufficio di rappresentanza, o di un appartamento, tra la boutique di antichità e il grande negozio del design di lusso, è di circa 30 euro al metro quadro. Ed è qui al numero 6 la Casaleggio Associati, disposta in un luminoso appartamento di circa duecento metri quadrati, cinque stanze di cui una molto grande, la sala riunioni, uno spazio cucina, e il piccolo ufficio di Gianroberto Casaleggio: parquet chiaro, muri di un bianco stinto, quasi nulla appeso alle pareti. Stanze, pavimento, sedie, computer e i quindici tra soci e collaboratori di età compresa tra i trenta e i quarant’anni, si confondono in piena e silenziosa armonia come pezzi di una composizione di elementi tutti uguali, fatti della stessa materia.

Malgrado siano quasi tutti giovani, e anche molto giovani, si scherza pochissimo. E chini sulle scrivanie, s’avverte soprattutto un battere di tastiere, uno scrollare di mouse, talvolta un sospiro. E’ un luogo razionale, con una sua rituale eleganza, scandita dal contrappunto di varie piante, verdi e a tronco, alte e basse, semi rampicanti, e dalla serie delle bellissime e costose lampade da tavolo, le Artemide Tolomeo.

Casaleggio è per i suoi collaboratori, e persino per gli ex collaboratori che di lui parlano quasi tutti benissimo, l’oggetto meccanico, e allo stesso tempo umano, della proprietà assoluta, totalitaria e demiurgica. La Casaleggio Associati. Diecimila euro di capitale originariamente versato e diviso tra Casaleggio e suo figlio Davide (2950 euro ciascuno), Mario Bucchich e Luca Eleuteri (con 1900 euro di quote), e, prima che lasciasse in fortissima polemica (“Grillo è un megafono che ripropone delle elaborazioni che non necessariamente gli appartengono”) Enrico Sassoon. Più di recente si sono aggiunti due ex dipendenti, Maurizio Benzi e Marco Maiocchi. E tanto Casaleggio appare ieratico, quanto il suo braccio destro Eleuteri – lavora a Milano, ma vive a Genova “per via dello smog” – è invece estroverso, spiritoso, per quanto sia pure lui intimamente persuaso, come del resto anche tutti gli altri, delle stranezze apocalittiche del suo mentore (tipo: la profezia della terza guerra mondiale che scoppierà nel 2020). Anche Davide Casaleggio, il numero due dell’azienda, non sembra figlio di suo padre, nessuno sguardo remoto da bonzo tibetano e niente capelloni. Ma alto e slanciato, con un bel sorriso sui denti bianchissimi, Davide ha piuttosto l’aria del bravo ragazzo uscito da una università americana, malgrado sia proprio lui l’addetto alla procedura delle “disattivazioni” sul blog: il meccanismo con il quale – raccontano i militanti – viene soppresso il dissenso nel corso delle frequenti votazioni web alle quali sono chiamati gli attivisti dell’M5s. E questa pratica della disattivazione merita una parentesi.

“Guardi, io sono stato ‘cancellato’, da un giorno all’altro, ‘disattivato’ dal blog, silenziato da qualcuno che a Milano ha premuto un pulsante”, dice Alessandro Cuppone, un fondatore del Movimento a Bologna, più di dieci anni di attivismo. Non l’unico sbianchettato, per la verità una cosa simile è successa a Bologna anche a Lorenzo Andraghetti, altro militante storico. Cuppone lo racconta, ancora, dopo tre anni, con un misto di stupore, divertimento e amarezza: “Ero candidato alle parlamentarie, per le elezioni del 2013. Avevo completato tutta la procedura, ma quando stavo per caricare il video di presentazione, come tutti gli altri, ho improvvisamente notato che era sparita la mia candidatura”. E non una candidatura qualsiasi. Cuppone era uno dei più conosciuti, attivi e apprezzati militanti di Bologna. “Sparita. Non ero più candidabile. Non esistevo. Allora chiamai Marco Piazza e Massimo Bugani, attivisti come me a Bologna, e cercai a telefono anche Filippo Pittarello, uno dei collaboratori di Casaleggio, l’unico con il quale era possibile avere un rapporto diretto. Ma niente. Poi mi chiamò Beppe”. Beppe Grillo? “Sì. Mi disse che ad aprile, molti mesi prima, avevo scritto ‘una cosa su Facebook’…. Io non mi ricordavo niente. Allora gli chiedo: ‘Scusa Beppe, ma cosa ho scritto di male?’. E lui, allusivo: ‘Vai a vedere e poi mi richiami’”. Trattato come un bambino monello. “Insomma cercavo di capire cosa li avesse urtati. Mi sembrava assurdo. Poi a un certo punto ho scoperto: avevo condiviso su Facebook la foto della lettera con la quale Valentino Tavolazzi, uno dei primi epurati dal Movimento, era stato espulso. Io quella foto l’avevo condivisa per solidarietà umana, perché conoscevo Tavolazzi, sapevo che era uno per bene. Ma quel post non era di aprile, come diceva Beppe. Secondo me Grillo nemmeno sapeva le ragioni per le quali io ero stato disattivato dal blog. La verità è che ero stato disattivato perché, lì a Milano, mi consideravano inaffidabile. Era bastato pubblicare quella foto per farli spaventare. E io guardi che stavo nel Movimento dal 2005. Ci credevo, e ancora ci credo. A Bologna il movimento era una meraviglia. Avevamo davvero realizzato la democrazia diretta, assembleare, con una capacità notevole anche di selezionare persone in gamba. Ora la spinta è più alla fedeltà. Alla fine, nel 2013, dal portale di Grillo, per quanto ne so io, furono cancellati almeno trenta militanti. E consideri che io non sono mai stato espulso formalmente”. Anzi. Cuppone è il compagno storico della senatrice Michela Montevecchi, tutt’ora nel gruppo parlamentare grillino. Ma quando raccontava in giro questa storia della disattivazione, i suoi amici nel Movimento, a Bologna, che le dicevano? “Erano increduli. Ma dopo un po’ mi chiedevano: ma cos’è che hai combinato? E insomma, in buona fede o in mala fede, tutti pensavano che avessi qualcosa da nascondere. Che me l’ero meritato, per qualche oscuro motivo. Pazzesco”.

Pazzesco, ma neanche troppo. La Casaleggio Associati sembra coltivare l’idea di un antropico livellamento del gruppo parlamentare a Cinque stelle, non di diversità. La diversità, anche solo sospettata, è un pericolo. “Nel 2014 qualcuno consegnò l’accesso della nostra posta elettronica a un tecnico informatico consigliato da Casaleggio”, raccontano Walter Rizzetto e Sebastiano Barbanti, due degli oltre cinquanta parlamentari espulsi o fuggiti dal M5s.

Dice Serenella Fucksia, senatrice di fresca espulsione (è stata cacciata il 28 dicembre 2015): “A me il primo dubbio è venuto quando arrivammo a Roma. Quando mi accorsi che c’erano questi viaggi della speranza verso Milano. C’erano gruppi consolidati, che avevano rapporti diretti con questi misteriosi signori della Casaleggio. I milanesi, Bruno Martòn, Manlio Di Stefano, Vito Crimi. E poi i napoletani Ruocco, Sibilia, Fico, Di Maio. E i romani come Lombardi, Taverna e Di Battista. Andavano a Milano a fare strani corsi di comunicazione e chissà che altro”. Poi la signora Fucksia abbassa il tono della voce, e descrive una specie di clima psicotico: “Verso il 10 giugno mi hanno rubato il cellulare in Aula. Sul banco. Sono praticamente sicura che me lo hanno preso per controllare gli sms. All’inizio pensavo che mi avessero fatto uno scherzo”. Dice allora Tommaso Currò, che il gruppo della Camera lo ha lasciato 16 dicembre 2014: “L’ordine implicito è sempre stato di non fare politica, di non fare accordi, di non parlare con nessuno, di obbedire allo staff. Chi sorrideva di sufficienza, prima o poi finiva male”.

E insomma in Parlamento gli impedivano di muoversi, di mescolarsi, di fare qualsiasi cosa. Chiusi in un acquario portatile, i parlamentari si sarebbero dovuti muovere come branchi di pesci in Transatlantico: una parete di vetro li avrebbe dovuti dividere dal mondo esterno, che loro vedevano transitare deformato e fioco davanti ai loro occhi. Se pure lo vedevano. “Mi ricordo che quando discutemmo le espulsioni dei primi quattro senatori, in assemblea, lo streaming era parecchio strano. Ogni volta che parlava qualcuno in difesa di quei poveracci, succedeva una cosa incredibile: o andava via l’immagine o s’interrompeva il suono. Guardi, può darsi che fosse un caso, ma era davvero così”, ricorda il senatore Maurizio Romani, oggi iscritto al gruppo misto. E aggiunge: “E le telecamere c’erano sempre. In tutte le assemblee. Anche senza streaming. Molti di noi erano intimiditi, c’era questa idea qui: ma non è che mi buttano fuori, e poi mi espongono alla gogna su Facebook se Casaleggio s’incazza per quello che dico? Io me ne fregavo. Non mi autocensuravo solo perché c’erano delle telecamere. Molti altri no. Per un periodo ci hanno fatto firmare una liberatoria, dicevano che si trattava di girare un documentario sui Cinque stelle. Ma poi le telecamere sono rimaste sempre. C’era Nick il Nero che registrava tutto, e Claudio Messora alla regia”.

Messora è stato uno degli uomini della comunicazione del gruppo parlamentare (scelto a Milano dalla Casaleggio): cercato per questo articolo non ha mai risposto agli sms, alle mail, né ovviamente al telefono. Nick il nero, così chiamato perché veste sempre di nero e ha la pelle olivastra, è invece un ex camionista emiliano, anche lui addetto stampa del gruppo parlamentare M5s, molto noto in passato per alcuni video virali rilanciati dal blog di Grillo, e poi considerato fedelissimo dalle parti della Casaleggio Associati per aver contribuito alla cacciata di Giovanni Favia, di cui era amico. “Tutto il gruppo della comunicazione è stato selezionato fuori dal Parlamento e imposto al gruppo parlamentare”, racconta Mara Mucci, giovane deputata, ovviamente fuoriuscita anche lei, e poi fatta oggetto di uno spaventoso linciaggio sui social media. “Com’è arrivato Rocco Casalino, capo della comunicazione al Senato? Mi ricordo una sera in pizzeria, c’erano i milanesi, che hanno maggiore familiarità con la Casaleggio, e certamente Manlio Di Stefano. E loro dicevano: ‘Adesso vi portiamo Casalino’”. Ricorda Serenella Fucksia: “Ci hanno sempre dato ordini. Verbalmente, la mattina via mail…”. Insomma se c’era tra i parlamentari, come statisticamente ci deve pur essere, qualche tipetto cui gli dèi avevano concesso curiosità e voglia di fare, questo modo di “prendere contatto” con il Parlamento non poteva mancare di levargli dalla testa, sul nascere, ogni scintilla politica. Trascinato davanti ai corsi di “programmazione neuro linguistica”, una specie di delirio new age basato sull’idea che certe parole e movimenti possono “condizionare” le emozioni di chi ascolta e guarda, circondato dalle assemblee con telecamere a circuito chiuso, spiato dagli addetti stampa e persino dai colleghi, l’infelice parlamentare a cinque stelle non doveva sentire altro che l’obbligo di seguire il suo branco di pesci nell’aquario chiassoso.

E s’avverte nell’aria l’ambiguo e pervasivo sapore della nomenklatura, una strana e invisibile nomenklatura che a quanto pare l’Italia è riuscita a mettere insieme (miracolo nazionale dopo la caduta del Muro) senza nemmeno passare dalla rivoluzione sovietica. Racconta, per esempio, Massimo Artini, eletto deputato del Movimento cinque stelle nel 2013 ed espulso a seguito di consultazione online il 27 novembre 2014, uno dei pochi parlamentari che ha un po’ frequentato la Casaleggio a Milano: “Su tutto il territorio nazionale, in ogni regione, ci sono tre o quatto attivisti ‘sentinelle’. Forse erano ‘sentinelle’, anche Lombardi, Crimi, Fico… Le sentinelle ascoltano, controllano, leggono le chat degli attivisti, e riferiscono i loro sospetti sui militanti che secondo loro ‘deviano’”. Quando a febbraio del 2014 venne ordinata l’espulsione dei primi quattro senatori (Lorenzo Battista, Luis Orellana, Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino), Grillo spiegò che l’idea di buttarli fuori derivava da “svariate segnalazioni dal territorio di ragazzi, di attivisti, che ci dicevano che i 4 senatori Battista, Bocchino, Campanella e Orellana si vedevano poco e male”.

Dunque prima arrivano le segnalazioni, poi a quanto pare alla Casaleggio decidono disattivazioni, cancellazioni e procedimenti di espulsione, “che chissà come mai vengono sempre accettate dal voto online”, dice Artini. E come mai vengono sempre accettate? “E chi controlla che il voto online sia regolare? Quis cutodiet custodes, chi sorveglia i sorveglianti della Casaleggio?”. Nessuno.

Ai tempi delle quirinarie, pare che Gianroberto Casaleggio si fosse rivolto a una azienda di certificazioni. Loro fecero un controllo e dissero che non potevano certificare nulla perché il sistema di voto elettronico era pieno di bug, di difetti di programmazione. E’ tuttavia improbabile che Casaleggio alteri i risultati delle consultazioni aggiungendo o sottraendo voti. Non è necessario. E’ più verosimile quello che racconta un suo ex dipendente, e cioè che negli uffici di via Gerolamo Morone 6 tutti i militanti iscritti al Movimento sarebbero schedati. Esisterebbe infatti un sistema, di banale realizzazione informatica, che registra e ricorda esattamente come ognuno degli iscritti si è espresso in ciascuna delle votazioni. E insomma Casaleggio sa più o meno come la pensa ciascuno dei militanti: chi è più di destra o più di sinistra, chi ha sempre votato contro le espulsioni, chi è a favore o contrario al reddito di cittadinanza, e così via. Ogni voto rimane registrato. Di conseguenza lui può all’incirca prevedere i risultati di qualsiasi futura consultazione. Sa, per esempio, cosa sarebbe successo se il Movimento avesse messo in votazione (cosa che non ha fatto, pour cause) il tema delle unioni civili. Dunque, se Casaleggio volesse orientare un voto, l’operazione sarebbe persino banale, come dimostra il racconto di Alessandro Cuppone sulle parlamentarie del 2013: ti disattiva. Ti fa scomparire. E nello statuto del M5s c’è scritto che può farlo. Articolo 5: “La partecipazione al Movimento è individuale e personale e dura fino alla cancellazione dell’utente che potrà intervenire per volontà dello stesso o per mancanza o perdita dei requisiti di ammissione”. L’uso di questa schedatura trasforma l’abitante della Casaleggio Associati in un’entità onnipotente nel marasma indistinto del Movimento.

Solido, vanitoso, assertivo, un po’ permaloso, gentile eppure incapace di vera empatia, Casaleggio “parla poco, non ti guarda mai negli occhi e poi, improvvisamente, interrompe il discorso, ti volta le spalle e se ne va”, ricorda Mauro Cioni, ex project manager alla Webegg, azienda di cui Casaleggio fu amministratore delegato fino al 2003. Non esce quasi mai dalla sua stanzetta di via Gerolamo Morone. E mentre gli altri, soci e dipendenti della sua azienda, vanno al bar dietro l’angolo o mordono un panino in ufficio, lui misura con lo sguardo una delle mele che tiene raccolte in un cestino, la afferra e la mangia in silenzio. Da solo.

 

Il suo sguardo, se non fosse per una diffusa malinconia che giunge all’astrattezza, potrebbe apparire buono, o forse statico, proiettato altrove, assorto non tanto in riflessioni, quanto in una specie di muta concentrazione. In generale non redarguisce troppo i suoi ragazzi, fa solo domande. In questo modo, con una serie di interrogativi anche bruschi a cui la persona interpellata è costretta a rispondere, Casaleggio costringe il dipendente a rendersi conto, con le sue proprie risposte e contraddizioni, che il lavoro doveva essere svolto in un modo anziché in un altro. Alla Casaleggio vivono tutti un’estasi nevrotica e imitativa. “Durante il mio primo colloquio di lavoro, Casaleggio parlava poco, parole pesate”, ha raccontato una volta Luca Eleuteri, l’allievo prediletto, il socio più anziano. “Notai che dai suoi discorsi mancavano gli avverbi, mi spiegò poi che sono interlocuzioni inutili. Mi ricordo la prima email che scrissi dalla mia scrivania. Mi vien da sorridere, ma fu una delle più belle lezioni di vita ricevute dopo tanti anni di studi… Gianroberto uscì dal suo ufficio, entrò nel mio e disse ‘nella tua email c’è un errore, è importante che tu non ne faccia. Sono i dettagli che contano’. Voltò le spalle e rientrò nella sua stanza. Non ho più inviato una email, e nemmeno un semplice sms, senza aver prima riletto almeno tre volte il testo”.

Sulle sue abitudini, su una sua certa mania del controllo, circolano i racconti più inverosimili e leggendari, frutto di rielaborazioni, fantasie, semi verità di un mondo composto di mattoidi attratti dal Movimento 5 stelle e poi in gran parte respinti, dunque pronti, per delusione e rivalsa, per mitomania e congenito complottismo, ad attribuirgli un’intelligenza acutissima e fredda, capace di qualsiasi turpitudine luciferina. Lo disse, esagerando un po’, anche Giovanni Favia, il primo eletto del M5s in Italia, il più famoso degli espulsi: “Una mente freddissima, molto acculturata e molto intelligente, che di organizzazione, di dinamiche umane, di politica se ne intende”. Una narrazione per la verità impalpabile nella quale Casaleggio ama accucciarsi, lasciando che si dica, e che tutto si confonda nell’indistinto, come una polvere che copre ogni cosa. Un pissi pissi malizioso che a lui forse fa comodo, per la politica, ma pure per gli affari, dove attraverso queste leggende senza fondamento (persino l’indimostrato e risibile legame con le massonerie, i fantasiosi collegamenti con i servizi segreti americani e addirittura con non meglio precisati e grotteschi centri di potere finanziario anglo-olandese) gli si riconoscono straordinarie conoscenze e pure profetiche qualità professionali che tuttavia non trovano riscontro né nei medi bilanci della sua piccola azienda né nella scarsa proiezione internazionale di questa sua agenzia di web marketing il cui unico prodotto di vero successo, per ora, è il M5s.

E forse, a questo proposito, vale la pena di raccontare un episodio significativo. Nel 2009 il Fatto quotidiano, il giornale di Marco Travaglio, l’aveva coinvolto nella costruzione e gestione del suo sito internet. E insomma mentre Grillo appoggiava esplicitamente la campagna di abbonamenti al Fatto attraverso i palchi, i comizi, gli spettacoli e il blog (da un analisi di mercato, circa il 60 per cento dei primi abbonati risultava essere un simpatizzante grillino), Casaleggio aveva un accordo commerciale con il giornale. Ma a un certo punto l’accordo salta, con la conseguenza che tutti i contenuti del Fatto sponsorizzati da Grillo attraverso il suo blog spariscono. La rottura era avvenuta perché Casaleggio, il visionario, il genio, oltre a chiedere forse troppi soldi, pretendeva anche di avere il controllo sui contenuti del sito, e poneva pure una condizione assurda: sicuro com’era che i giornali di carta fossero destinati a repentina scomparsa, pretendeva che il Fatto non uscisse cartaceo nelle edicole ma solo sul web. L’avessero ascoltato, Antonio Padellaro, Peter Gomez e Travaglio sarebbero falliti in meno di un anno. Oggi la dimensione di quello scampato pericolo è chiara a tutti loro. Con sollievo.

Dunque i racconti e le fantasie sulla sua diabolica genialità rendono Casaleggio più misterioso, abile, persino oscuramente capace di quanto forse quest’uomo, ex dirigente allontanato dalla Telecom per non aver brillato alla guida di una controllata (la Webegg), in realtà non sia. Ed ecco dunque la cortina fumogena, la fuffa luciferina. Le voci incontrollate su misteriose e mai verificate sedi all’estero della Casaleggio Associati. Le leggende sui server con i dati degli iscritti al Movimento che sarebbero installati in America. E poi, ancora, come racconta Sergio Di Cori Modigliani, ex militante, autore per Chiarelettere di un libro – “Vinciamo Noi” – con prefazione di Grillo e Casaleggio: “Ma lo sai che va in giro con una chiavetta usb appesa al collo? Lì dentro ci sono i ‘big data’ del Movimento. E poi c’è ‘l’algoritmo’ con il quale controlla gli umori della rete. Lui vede tutto, lui sa tutto”. Ed è insomma un mondo dove ogni cosa è intrecciata e confusa.

Seguendo il flusso di questo chiacchiericcio sussurrato non si capisce mai quanto ci sia di vero, di falso e di verosimile. Mentre cosa certa è che i più riconoscibili tra i parlamentari di Grillo hanno praticamente ceduto i loro diritti d’immagine a Casaleggio, ha raccontato Jacopo Iacoboni sulla Stampa: si sono cioè impegnati a caricare tutti i video che li riguardano sul famoso blog. E per ogni video visto, ogni centomila visualizzazioni, per ogni clic, la Casaleggio Associati guadagna. Un pasticcio d’interessi in cui i parlamentari della Repubblica usano i social network per indirizzare le migliaia dei loro elettori su video che poi fanno lievitare i compensi pubblicitari di un’azienda privata. La fonte principale dei ricavi è il blog di Beppe Grillo, ma la società gestisce anche il portale del Movimento, i due siti di informazione (Tze Tze e La Fucina), la tivù streaming (LaCosa). Tutti siti collegati tra loro, e collegati ai parlamentari, al movimento d’opinione e di umori che questi riescono a orientare. Un intreccio d’interessi pubblici e privati non nuovo alla democrazia italiana, per qualcuno forse nemmeno scandaloso e forse (per adesso) anche di modesta entità, ma pure inquietante per l’opacità contrabbandata da trasparenza. La legge 96 del 2012 prevede l’obbligo di presentare un bilancio certificato per tutti i partiti o movimenti che si siano presentati alle elezioni, indipendentemente dal fatto che chiedano o meno l’accesso al finanziamento pubblico. Per ragioni oscure, il Movimento cinque stelle non ha mai depositato il bilancio.

Così, dunque, l’azienda di marketing diffonde e ingrossa l’immagine di Di Battista, di Di Maio, di Fico, di Ruocco… e loro, con impeccabile circolarità, accompagnano questo flusso di nuovo verso l’azienda di marketing. “I siti della galassia (TzeTze, LaFucina, LaCosa), nati per cercare di inventare un nuovo sistema di informazione, sono diventati una macchina per creare consenso facile con sistemi di dubbia moralità. Non trovo nessuna differenza tra il Canale 5 del 1994, dove Sgarbi vomitava insulti per creare il brodo necessario a Forza Italia, e LaFucina che usa le tette della Boschi per attirare qualche clic con titoli scandalistici, o propaganda rimedi al limone contro il cancro, o fa terrorismo contro i vaccini che provocherebbero l’autismo”, ha scritto su Facebook Marco Canestreri, collaboratore di Casaleggio dal 2007 al 2010, uno dei ragazzi che lavorò, tra le altre cose, dall’interno della Casaleggio Associati, anche alla costruzione e alla gestione del sito del Fatto quotidiano.

L’intuizione di Casaleggio, tra il 2005 e il 2006, fu che la tecnologia di internet rendeva possibile una nuova forma di marketing politico, che ben si adattava a un crescente malumore popolare. All’inizio ci provò con Antonio Di Pietro, di cui era diventato consulente, formalmente incaricato di occuparsi solo del blog, ma in realtà così dentro le meccaniche dell’Idv, e così vicino all’orecchio dell’ex magistrato, da prevaricare l’ufficio stampa del partito, determinando addirittura gli slogan elettorali, e la natura della cartellonistica. “Casaleggio si occupava del blog di Di Pietro ma proiettava la sua influenza sempre un po’ più in là. Per l’amicizia che aveva con Di Pietro arrivava al punto di suggerire battaglie”, ricorda Massimo Donadi, che dell’Idv fu capogruppo alla Camera e membro dell’ufficio di presidenza. Nel 2008 l’Idv spese 539.138,06 euro per lo “sviluppo dell’immagine in rete”. Nel 2009 la spesa lievitò alla bellezza di 893.554,82 euro. E’ l’anno in cui Beppe Grillo, di cui Casaleggio è già da anni il braccio destro, appoggia attraverso il blog, e nei comizi, le candidature di Luigi De Magistris e Sonia Alfano nelle liste dell’Idv per le europee: “Sono dei nostri”. De Magistris viene eletto. E Grillo scrive: “In Europa sarà una voce forte e pulita. Il blog lo sostiene”. Ma poi succede qualcosa, e il rapporto tra Casaleggio e Di Pietro s’interrompe. Così, appena De Magistris si candida sindaco di Napoli, Grillo lo scarica, e pubblica la foto di quello che un anno prima era “uno dei nostri”, con sotto questo interrogativo retorico: “Comprereste un voto usato da quest’uomo?”. Ricorda Donadi: “A me risulta che il rapporto con Di Pietro si interrompe quando Casaleggio suggerì in modo perentorio, perché secondo lui altra via non c’era, che l’Idv rompesse con il centrosinistra e diventasse una forza anti sistema. Lui pensava che in Italia ci fosse spazio per una cosa del genere. Noi ne parlammo in una riunione e decidemmo diversamente. Decidemmo cioè di restare nel centrosinistra, col Pd. E decidemmo anche, di conseguenza, che non c’era nemmeno più spazio per proseguire una collaborazione anche soltanto tecnica con Casaleggio”. Ed è a questo punto che il M5s, esperimento di liste civiche locali, comunali e regionali, diventa, nelle mani della Casaleggio Associati (privata dell’Idv, suo principale cliente: tra il 2006 e il 2009 circa un terzo dei ricavi della Casaleggio Associati arrivava da Di Pietro) un partito con ambizioni nazionali. Sostiene Giovanni Favia, grande espulso: “Non c’era un disegno sicuro che portava alla costituzione del M5s partito nazionale. Tutto è sempre stato condizionato dalla situazione privata e societaria di Casaleggio”. Chissà.

Di sicuro, con i suoi collaboratori e soci, Casaleggio ha cambiato le regole del gioco, è andato oltre Berlusconi, oltre il partito liquido o di plastica, immaginando e realizzando un movimento, un partito, che è puro flusso di marketing, con ideologia, valori, istanze e programmi mutevoli, intercambiabili, legati all’analisi dei trend internettiani, agli umori raccolti in presa diretta. Già da prima i partiti si rivolgevano alle agenzie di comunicazione, ai persuasori più o meno occulti, ai guru, ai maghi, agli stregoni, agli oracoli… Ma Casaleggio è andato al di là dell’immaginabile: ha eliminato il partito, e sublimato il marketing. Dunque attraverso la sua agenzia fornisce tutto al Movimento, che è in realtà, nella città e nelle province d’Italia, una tribù eterogenea che senza di lui non avrebbe voce, collegamenti, né capacità organizzativa nazionale: consulenti ed esperti di mercato politico, compulsatori di forum e di ‘social trend’, grafici e teleoperatori, maestri di recitazione e persino supporto psicologico, all’occorrenza. Dunque Pietro Dettori, il vero autore dei post firmati Beppe Grillo. Biagio Simonetta, giornalista che compila contenuti (come quelli del giornale online del movimento, Tze Tze) e poi li gonfia di commenti e ‘like’. Marcello Accanto, altro social media manager. E poi Filippo Pittarello, quadrato, scaltro, serioso, il miglior dipendente di Casaleggio, il suo tuttofare, adesso a capo dell’ufficio stampa M5s a Bruxelles. Fu lui a combinare l’incontro tra Grillo e il leader estremista inglese Nigel Farrage. A maggio del 2013, appena dopo le elezioni, fu sempre lui a tenere il “discorso motivazionale” ai nuovi parlamentari grillini (“ci trattava come dei deficienti da catechizzare”, ricorda Mara Mucci). In un incontro con i militanti, Pittarello spiegò quale fosse l’idea di parlamentare della Repubblica che avevano loro, alla Casaleggio: “Il candidato ideale dovrebbe avere più soft skills che hard skills, cioè più attitudini che competenze”. Una squadra, questa, cui si aggiungono l’informatico (Maiocchi) e lo studioso di marketing e vendite (Benzi). E adesso anche Silvia Virgulti, che insegna ai parlamentari come si fa a parlare in pubblico e che nel 2013 fece ad alcuni di loro le prime lezioni di presenza televisiva nella sede della Casaleggio Associati. Formalmente dipendente del gruppo della Camera, Virgulti, ora si sa, è la fidanzata di Luigi Di Maio che l’ha inserita nell’ambiente, malgrado Casaleggio all’inizio storcesse il naso. E chi oggi può fare politica meglio di un’agenzia di comunicazione, aiutata da un propagandista vociante, eppure malleabile, come Grillo, un vecchio attore egocentrico e sgarbato che però Casaleggio sa prendere per il verso giusto, scomparendo durante le frequenti crisi depressivo-aggressive del tribuno, e ricomparendo invece, con suggerimenti e parole, nei repentini picchi d’entusiasmo e super eccitazione che come un’altalena scandiscono l’esistenza del famoso comico?

Lo spartito suonato alla Casaleggio Associati è persino banale: una divisione manichea del basso contro l’alto, del cittadino contro il potere, in un contesto liquido, anzi gassoso, dove ogni posizione politica è ritrattabile, riconvertibile, ribaltabile. Una strategia pubblicitaria portata all’estremo. Così dietro le quinte della grande rappresentazione e della trasparenza, il guru mette al servizio di una tribù eterogenea e un po’ raccogliticcia la potenza arcana di numeri, simboli, icone e rituali. Ma la superiorità morale, la purezza, il mito della trasparenza, malgrado la Casaleggio Associati guadagni com’è s’è visto quattrini, non sono purtroppo un’astuzia, una mossa tattica, un espediente per confondere quei gonzi degli elettori e rintuzzare alla meglio la casta degli avversari, né un trucco per acquistare ricchezza. Loro ci credono davvero, ne sono persuasi. Casaleggio vede se stesso come uno scienziato (infallibile, all’inizio; oggi un po’ meno) impegnato in un grandioso, nobile esperimento di felicità generale, di rigenerazione universale. Ma sembra che per lui il fine giustifichi i mezzi, e chiunque abbia mete più corte, speranze più immediate, sia un infame che dovrebbe avere almeno il pudore di stare zitto quando l’esperimento sfugge qua e là di mano, tra purghe, dissidenze, psicosi, espulsioni e crisi amministrative.